Questo blog nasce da un’iniziativa dei professori Melania Giardino e Francesco Montone, docenti, rispettivamente, nei licei “Nitti” di Napoli e “Marconi” di Grosseto. L’obiettivo principale è quello di approfondire un tema dalle molteplici sfaccettature come quello del viaggio, inteso non solo quale spostamento fisico da un luogo a un altro, ma anche quale metafora della vita stessa. Nel contempo, il progetto mira a dar vita a una “classe virtuale” che veda lavorare in parallelo e confrontarsi studenti di città diverse, in un clima di collaborazione e rispetto reciproco. In ultimo, l’iniziativa punta a potenziare le competenze relative alla comunicazione in lingua madre, alla progettazione e all’uso delle tecnologie digitali, nell’ottica di un apprendimento permanente, che non escluda il piacere della scoperta e la bellezza del sapere.
IL VIAGGIO COME METAMORFOSI: IL MITO OVIDIANO DI PIGMALIONE E GALATEA
OVIDIO, “PIGMALIONE E GALATEA” (“METAMORFOSI” X, 243-305)
Nei versi seguenti Ovidio riprende un mito dell’isola di Cipro. Pigmalione è un giovane artista che, disgustato dal comportamento dissoluto di alcune donne, ritrae nell’avorio la perfezione della donna ideale cui aspira: egli realizza una statua di ineguagliabile bellezza, se ne innamora, la ricopre di tenere attenzioni; esprime, infine, il desiderio che l’opera prenda vita. La metamorfosi dell’avorio (materiale di cui è fatta la scultura) in carne e sangue ricollega la vicenda ai miti di trasformazione. Accanto al motivo amoroso, il testo mette in luce anche il valore dell’arte, che testimonia le migliori capacità creative degli esseri umani. Effetto Pigmalione: In psicologia, l’effetto Pigmalione, noto anche come “effetto Rosenthal”, deriva dagli studi sulla “profezia che si autorealizza”: se l’insegnante crede che un bambino o un ragazzo sia meno dotato lo tratterà, anche inconsciamente, in modo diverso dagli altri; il ragazzo interiorizzerà il giudizio e si comporterà di conseguenza; si instaura così un circolo vizioso per cui il bambino tenderà a divenire nel tempo proprio come l’insegnante lo aveva immaginato. Rosenthal nel 1972 sottopose un gruppo di alunni di una scuola elementare californiana a un test di intelligenza. Successivamente selezionò, in modo casuale e senza rispettare l’esito del test, un numero ristretto di bambini e informò gli insegnanti che si trattava di alunni molto intelligenti. Rosenthal, dopo un anno, ripassò nella scuola, e verificò che gli alunni da lui selezionati, seppur scelti casualmente, avevano confermato in pieno le sue previsioni migliorando notevolmente il proprio rendimento scolastico fino a diventare i migliori della classe. Le aspettative dell’insegnante, del capo o del genitore possono quindi influenzare la qualità dei rapporti interpersonali e il rendimento dei soggetti.

Avendole viste condurre vita dissoluta, Pigmalione,
disgustato dei vizi illimitati che natura
ha dato alla donna, viveva celibe, senza sposarsi, e
senza una compagna che dividesse il suo letto a lungo rimase.
Ma un giorno, con arte invidiabile scolpì nel bianco avorio
una statua, infondendole tale bellezza, che nessuna donna
vivente è in grado di vantare; e s’innamorò dell’opera sua.
L’aspetto è quello di fanciulla vera, e diresti che è viva,
che potrebbe muoversi, se non la frenasse ritrosia:
tanta è l’arte che nell’arte si cela. Pigmalione ne è incantato
e in cuore brucia di passione per quel corpo simulato.
Spesso passa la mano sulla statua per sentire
se è carne o avorio, e non vuole ammettere che sia solo avorio.
La bacia e immagina che lei lo baci, le parla, l’abbraccia,
ha l’impressione che le dita affondino nelle membra che tocca
e teme che la pressione lasci lividi sulla carne.
Ora la vezzeggia, ora le porge doni graditi
alle fanciulle: conchiglie, pietruzze levigate,
piccoli uccelli, fiori di mille colori,
gigli, biglie dipinte e lacrime d’ambra stillate
dall’albero delle Eliadi. Le addobba poi il corpo di vesti,
le infila brillanti alle dita e al collo monili preziosi;
piccole perle le pendono dalle orecchie e nastrini sul petto.
Tutto le sta bene, ma nuda non appare meno bella.
L’adagia su tappeti tinti con porpora di Sidone,
la chiama sua compagna e delicatamente,
quasi sentisse, le fa posare il capo su morbidi cuscini.
E venne il giorno della festa di Venere, festa in tutta Cipro
grandissima: già giovenche con le curve corna fasciate d’oro
erano cadute, trafitte sul candido collo,
e fumava l’incenso, quando Pigmalione, deposte le offerte
accanto all’altare, timidamente disse: “O dei, se è vero
che tutto potete concedere, vorrei in moglie” (non osò
dire: la fanciulla d’avorio) “una donna uguale alla mia d’avorio”.
L’aurea Venere, presente alla propria festa, coglie il senso
di quella preghiera e, come segno del suo favore, per tre volte
fa palpitare una fiamma, che con la sua punta guizza nell’aria.
ut rediit, simulacra suae petit ille puellae
incumbensque toro dedit oscula: visa tepere est;
admovet os iterum, manibus quoque pectora temptat:
temptatum mollescit ebur positoque rigore
subsidit digitis ceditque, ut Hymettia sole
cera remollescit tractataque pollice multas
flectitur in facies ipsoque fit utilis usu.
Dum stupet et dubie gaudet fallique veretur,
rursus amans rursusque manu sua vota retractat.
corpus erat! saliunt temptatae pollice venae.
tum vero Paphius plenissima concipit heros
verba, quibus Veneri grates agat, oraque tandem
ore suo non falsa premit, dataque oscula virgo
sensit et erubuit timidumque ad lumina lumen
attollens pariter cum caelo vidit amantem.
Non appena tornò (ut rediit), quello (ille) corre a cercare (petit) la statua (simulacra) della sua fanciulla (suae puellae)
e chinandosi sul letto (incumbensque toro) le diede dei baci: (dedit oscula): ella a lui sembrò (visa est) emanare tepore (tepere).
Accosta di nuovo (admovet iterum) la bocca (os) e con le mani (manibus) le accarezza (temptat) anche (quoque) il petto (pectus):
l’avorio toccato (ebur temptatum) s’ammorbidisce (mollescit) e, perduto il suo gelo (positoque rigore),
cede e si piega alle dita (subsidit digitis ceditque), come al sole (ut sole) torna morbida (remollescit)
la cera dell’Imetto (Hymettia cera) e, plasmata dal pollice, (tractataque pollice) si piega (flectitur)
in molte forme, (in multas facies) e diviene adatta (et fit utilis) allo stesso uso. (ipsoque uso)
Mentre si stupisce (dum stupet), e gioisce dubbioso (et dubie gaudet) e teme (veretur) di ingannarsi (fallique)
più e più volte (rursus rursusque) l’innamorato (amans) tocca (retractat) con la mano (manu) i suoi sogni (sua vota):
era un corpo! (corpus erat) sotto il pollice (pollice) pulsano (saliunt) le vene toccate (temptatae venae)
Allora invero il giovane di Pafo (tum vero heros Paphius) pronuncia traboccanti parole (di gioia) (plenissima verba concipit)
con le quali rende grazie a Venere (quibus Veneri grates agat), e finalmente (tandem) con le sue labbra (suo ore)
preme labbra che non sono (più) finte. (premit oraque non falsa) Sentì la fanciulla (sensit puella)
i baci che le vengono dati, (oscula data) arrossì (erubuit) e, levando (attollens) alle luci (ad lumina)
il timido sguardo (timidum lumen), insieme al cielo (partiter cum caelo) vide (vidit) colui che l’ama (amantem).

ANALISI STILISTICA E COMMENTO
Pigmalione, disgustato dai vizi delle donne, rimane per parecchio tempo da solo. Un giorno scolpisce con maestria una statua di donna davvero somigliante a una donna reale. Egli, come spiega Rosati in “Narciso e Pigmalione. Illusione e spettacolo nelle Metamorfosi di Ovidio”, Pisa 2016 (1983), passim rappresenta l’emblema dell’artista in grado con la sua abilità di costruire un mondo parallelo e alternativo alla realtà (come è il mondo delle metamorfosi mitiche creato da Ovidio nella sua opera). Il poeta Ovidio scherza con il lettore colto, chiamato a riconoscere nel testo sottili allusioni e richiami, cosa tipica della poesia latina, basata su meccanismi di emulazioni di autori precedenti e su richiami interni. Nel momento in cui afferma che la statua sembra una fanciulla reale anticipa già la metamorfosi che si compirà a breve; insiste rivolgendosi al lettore con apostrofe (“e diresti che è viva”) sul concetto espresso: è una statua, ma ha in sé la donna reale che diverrà. Pigmalione si innamora del miracolo che è riuscito a creare con la sua arte (si noti il gioco di parole “arte che nell’arte si cela) e arde per quel “corpo simulato”; si noti che nel passo successivo Ovidio scriverà, una volta avvenuta la metamorfosi, che la statua è divenuta un vero corpo (“corpus erat”). La statua è talmente realistica da sembrare una ragazza immobile per l’eccessiva timidezza. Anche in questo caso Ovidio anticipa un elemento che tornerà più tardi nel testo. Pigmalione tocca spesso la statua e gli pare di aver dinanzi un corpo reale: anche in questo caso Ovidio anticipa ciò che dirà dopo, dal momento che sarà il senso del tatto protagonista della trasformazione. L’asindeto successivo (“la bacia, le parla, l’abbraccia…”) evidenzia l’innamoramento dello scultore, pazzo ormai della sua opera; ancora una volta Ovidio chiama in gioco la memoria allusiva del lettore; quel bacio percepito (“la bacia e immagina che lei lo baci”) diventerà a breve un bacio reale. Pigmalione tratta la sua statua come fosse una fidanzata: si veda nei passi successivi l’insistere sugli atteggiamenti galanti dello scultore, che accarezza la statua, le porge doni (si noti l’enumerazione degli stessi), la stende a terra stando attento a non farle sbattere la testa, la tocca, con il timore di farle un livido (altra immagine che anticipa la trasformazione, quando sarà proprio il dito impresso sull’avorio che inizia a cedere a far percepire allo sculture la mutazione in atto). Si noti anche il “quasi sentisse”: Pigmalione ha l’impressione che la statua sia in possesso della facoltà della percezione, ma questa è per ora (e ancora per poco) una vana illusione. Al momento della preghiera a Venere, nel corso di riti di sacrificio che Ovidio rapidamente tratteggia, Pigmalione non ha il coraggio di esprimere alla dea il suo vero desiderio; prega la dea di dargli una donna simile alla statua e non di dar vita alla statua stessa. Si noti il “timidamente”, che richiama la “ritrosia” della statua (che sembrava una ragazza talmente timida da non muoversi). La descrizione della metamorfosi è magistralmente condotta da Ovidio; protagonista, come dicevamo, è il senso del tatto. Non vediamo questa trasformazione, non la sentiamo, ma la percepiamo attraverso le dita dello scultore. Tornato a casa, Pigmalione ripete i suoi gesti consueti, chinando la statua sul letto per baciarla (“incumbensque toro dedit oscula”). Si noti che nella poesia esametrica è sempre presente la parola “osculum”, del latino colto, anziché quella più popolare e onomatopeica, “basium” (da cui la nostra parola “bacio). Anche stavolta Pigmalione ha la sensazione di percepire un qualcosa da parte della statua; gli sembra infatti che essa emani un tepore. Si noti la costruzione di “videor” (il passivo di video non ha significato di “vedere”, ma di “sembrare”); naturalmente il percorso che porta Galatea a prendere vita è graduale e si manifesta non in un evidente calore corporeo, ma in un leggero tepore (di qui la scelta dell’infinito “tepere”, che rende l’idea del graduale scaldarsi dell’avorio che sta per trasformarsi in pelle umana). Pigmalione ripete i gesti consueti (si noti l’avverbio frequentativo “iterum”); avvicina la bocca a quella di Galatea e le tocca i seni. Avviene il miracolo: l’avorio toccato si scioglie (si noti l’utilizzo a fine esametro e inizio verso successivo di due forme del verbo “tempto”, in poliptoto, che rendono plasticamente l’idea di una trasformazione percepita col tatto). L’ossimoro rende esplicito il miracolo: un qualcosa di duro come l’avorio (“ebur”) compie un’azione del tutto insolita, come lo sciogliersi (“mollescit”). L’ablativo assoluto “positoque rigore” registra lo svilupparsi di quella sensazione di calore che era prima incipiente; da un semplice riscaldarsi si passa al calore di un corpo vitale, che perde definitivamente la sua freddezza di statua. L’allitterazione della dentale (“d”) lega i tre termini successivi (“subsidit digitis ceditque”): il passaggio dalla durezza dell’avorio alla morbidezza della pelle di una donna è evidente ormai al tatto delle dita di Pigmalione; il ricorso non ad uno ma a due verbi (“subsidit” e “cedit”) sottolinea un dato ormai acclarato. A questo punto Ovidio ricorre ad un espediente proprio della poesia epica, che innalza il tono stilistico del testo: la similitudine. L’ammorbidirsi dell’avorio della statua è paragonato alla cera ateniese che si scioglie al sole. Si noti l’uso di “remollescit”, che richiama il “mollescit” precedente; si noti inoltre che Ovidio varia il “tempto” dei versi precedenti con “tractata”, dal significato analogo. Il verso successivo è un autentico gioiello (Dum stupet et dubie gaudet fallique veretur): in un solo esametro Ovidio è stato in grado di rendere con il polisindeto e il ricorso a ben 4 voci verbali l’affollarsi di sensazioni nell’animo di Pigmalione, che prova prima un senso di stupore nel vedere realizzato il suo sogno, poi gioisce ma con riserva, poi cade nella disperazione dell’ennesima illusione e teme di essere stato ingannato. D’altra parte, vuol dirci Ovidio, quando si arriva ad una sensazione di piena felicità, essa è sempre accompagnata dalla consapevolezza che quel momento potrebbe essere illusorio o perdersi rapidamente. Il verso successivo è quello della conferma che la percezione è stavolta esatta; spasmodicamente (si noti la ripetizione “rursus rursuque” “di nuovo” e “di nuovo”) Pigmalione va alla ricerca della conferma definitiva delle sue sensazioni, ancora una volta affidandosi al tatto: “manu sua vota retractat”, “con la mano tocca i suoi sogni”. L’immagine è naturalmente metaforica: se “manu” e “retractat” (che richiama il “tractata” precedente e in cui “re” dà l’dea della ripetizione dell’azione, “tocca e ritocca”) sono termini molto concreti, attinenti alla sfera della percezione tattile, ciò che è toccato non è espresso da termini come statua o donna, ma dall’astratto “sua vota”: Pigmalione tocca il cielo con un dito; non tocca una statua; non tocca soltanto una donna; tocca il suo sogno impossibile, la sua creazione che è divenuta vita, il suo mondo parallelo che è divenuto mondo reale. L’inizio dell’esametro successivo suggella l’avvenuta metamorfosi: quel corpo simulato, quel corpo d’avorio così simile a un corpo vero, è divenuto un corpo vero (“corpus erat!”). I termini successivi (“saliunt temptatae pollice venae”) evidenziano come la metamorfosi non coinvolga più solo l’epidermide ma anche gli organi interni della fanciulla; le vene sembrano saltellare (“salio” significa proprio “saltare”), una volta toccate (si noti ancora l’utilizzo del verbo “tempto”) dal pollice di Pigmalione (con il senso del tatto che continua ad essere assoluto protagonista). Lo scultore ebbro di gioia non può far altro che rivolgere copiosi ringraziamenti a Venere (si noti il superlativo “plenissima” che abbiamo provato a rendere con “traboccanti di gioia”, in riferimento ai “verba”, alle parole che dedica alla dea). Può finalmente baciare la sua Galatea sentendo la risposta al suo bacio (il concetto è evidenziato dal poliptoto “ore”, “ora”, “con la bocca”, “la bocca”); quei baci che immaginava di ricevere all’inizio del testo non sono più finti! A metà esametro Ovidio interrompe bruscamente la descrizione delle azioni di Pigmalione; nella seconda parte del verso rivolge l’attenzione a Galatea, che per la prima volta è in grado di svolgere un’azione autonoma, da essere vivente qual è da pochi secondi. La fanciulla “percepisce” i baci che le vengono dati (si noti l’uso del verbo “sensit”, messo in evidenza all’inizio dell’esametro successivo, ad evidenziare per l’ennesima volta che questa metamorfosi è percepita attraverso il senso del tatto; questa volta però è il tatto di Galatea, che “sente” i baci dell’uomo sulle sue labbra). Ovidio, però, non ha ancora finito di stupirci con la sua bravura: la prima azione di Galatea, dopo aver sentito quei baci, è quella di “arrossire” (“erubuit”): appena aveva preso vita sotto forma di statua, Galatea pareva una ragazza troppo timida per muoversi; quando prende vita come donna il suo primo gesto è quello di arrossire. Tra la ritrosia della statua e il rossore della donna si colloca l’atteggiamento timido di Pigmalione nel rivolgersi alla dea Venere: in questa simbiosi c’è già il destino di una vita futura da trascorrere insieme. A questo punto Galatea rivolge il timido sguardo (“timidum lumen”; si noti ancora una volta l’insistere sulla timidezza di Galatea…ma d’altra parte già da statua la sua prima caratteristica pareva essere la sua timidezza) alle luci del giorno (si noti l’ennesimo poliptoto, tra “lumen” e “lumina”): Galatea vede la vita e nello stesso tempo (si noti il “pariter”) vede colui che amandola talmente tanto è riuscito addirittura a ottenere che una divinità le desse vita. Galatea scopre la vita e scopre la parte più importante di essa, ossia l’amore. Non è un caso che la parola finale sia “amantem”, dal momento che questa metamorfosi è stata possibile dall’amore di Pigmalione e dal suo desiderio impossibile, che si è realizzato.
LE DONNE CHE FECERO IL “GRAND TOUR”
(Recensione del libro di A. Brilli, Le viaggiatrici del Grand Tour. Storie, amori, avventure, Il Mulino, Bologna 2020, pp. 243).
Tra lo scetticismo degli uomini del tempo, diverse aristocratiche e borghesi a partire dalla metà del Settecento iniziarono a compiere il Grand Tour, il viaggio di formazione per l’Europa, che aveva come tappa imprescindibile l’Italia. Nel volume lo studioso ricostruisce i viaggi di sedici donne (in questa sede ci occupiamo di 9 di loro); ripercorre i loro itinerari, grazie anche agli epistolari, alle guide di viaggio, a testi poi pubblicati in cui loro stesse forniscono dei preziosi resoconti. Alla metà dell’Ottocento il Grand Tour è ormai abitudine consolidata di diverse esponenti di nobiltà e borghesia.

Nel 1756 Madame du Boccage, nata a Rouen in una famiglia altoborghese, è tra le prime donne in Europa a compiere il Grand Tour. Dama e scrittrice famosa, ospitava nel suo salotto parigino personaggi come Montesquieu, Goldoni, Alfieri. Dopo aver visitato nel 1750 l’Olanda, realizza il suo sogno di visitare l’Italia; il suo viaggio si snoda tra Torino, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli; nel viaggio di ritorno la nobildonna passa per Ancona, Rimini, Parma, Genova, visitando anche Siena, Ferrara, Montecassino. Nelle sue Lettres illustra i costumi dell’epoca, fornisce analisi topografiche della città, descrive le opere d’arte ammirate, dimostrandosi attenta e curiosa nei confronti delle nuove culture che incontra. Ottiene udienza presso il pontefice, che l’autorizza a dedicarle il suo poema su Cristoforo Colombo.

Sebbene non aristocratiche (il nonno aveva diseredato il loro padre Robert), le gemelle inglesi Mary e Agnes Berry compiono il Grand Tour nel 1783, primo di diversi viaggi in Italia. Grazie alla conoscenza di Horace Walpole, hanno la possibilità di incontrare i personaggi più illustri dell’epoca, da Napoleone a Canova, da Madame de Staël a Paolina Borghese alla regina Carolina di Napoli. Mary Bell scrive i resoconti del viaggio, mentre la sorella realizza acquarelli dei luoghi visitati. Con loro nel primo viaggio, dalle Alpi a Napoli all’appena dissepolta Pompei, c’è anche il padre. Nei viaggi a seguire hanno la possibilità di soggiornare a Genova, Bologna, Firenze, Roma e Napoli. La breve relazione di Mary col generale Charles O’Hara nasce proprio durante una visita alla Cascata delle Marmore.

Curioso è il viaggio che porta in Italia Elisabeth Vigèe Le Brun, pittrice prediletta dalla regina Maria Antonietta e costretta per questo all’esilio nel 1789. Per lei il viaggio in Italia, raccontato nei suoi Souvenirs, diviene un vero e proprio percorso di formazione, secondo il più nobile spirito del Grand Tour. A Napoli viene accolta dall’ambasciatore francese, barone Talleyrand, da prestigiosi esponenti dell’aristocrazia; ritrae Lady Hamilton, il musicista Giovanni Paisiello, la regina Maria Carolina, sorella tra l’altro di Maria Antonietta. Si reca quindi in Umbria, poi a Firenze, dove visita anche il gabinetto granducale di fisica e storia naturale, rimanendo inorridita dalla riproduzione esatta delle interiora femminili del simulacro della Venere di cera del celebre anatomista Felice Fontana. Visita poi Venezia, Padova, Vicenza (con la villa palladiana Capra), Verona, Torino, Milano, dove contempla l’Ultima cena leonardesca.

Un capitolo è dedicato anche a Mary Graham, che col il marito Thomas esplora l’Europa, alla ricerca in realtà di luoghi dal clima favorevole per i suoi problemi polmonari; è tra i primi forestieri, ad esempio, a parlare, dopo un soggiorno a Madrid, delle opere di Francisco Goya. Non riuscì però ad arrivare a visitare l’Italia, come era suo desiderio; dopo un soggiorno a Nizza, al largo delle isole Hières, spira nel 1792; altrettanto avventuroso è il viaggio del marito per riportare la salma in Inghilterra; Thomas Graham e il cadavere verranno ispezionati dai rivoluzionari francesi. Della moglie rimane un bellissimo ritratto, che costituisce la copertina del volume, opera del pittore Gainsborough.

Elisa von der Recke era divenuta famosa per un saggio scritto contro Cagliostro, famoso mago, fondatore di una loggia massonica di rito egizio in Curlandia, da cui lei stessa si era fatta in un primo momento abbindolare. Il suo Grand Tour fra Germania e Italia, effettuato col poeta Christoph A. Tiedge, si svolge tra il 1804 ed il 1806 ed è oggetto di un accurato resoconto, una sorta di giornale-itinerario. Il suo intento, oltre che di godere del buon clima italiano, è di raccontare natura, paesaggio, antichità classica, arte, costumi, reggimenti politici degli Stati italiani. Seppur scritto con l’occhio della coscienza razionalistica tardoilluminista, dal suo resoconto traspare una propensione sentimentale propria dell’epoca. A Roma l’affascina l’amalgama meraviglioso di resti di tutte le epoche, a Venezia è colpita anche dalle piazze del mercato, in cima al Vesuvio afferma: “emisi un profondo sospiro su questo paradiso perduto”. Con spirito illuminista afferma che ai processi di canonizzazione della Roma papale preferirebbe il culto delle virtù civiche. Non le sfugge l’anomalia di un paese in cui è assente la classe media e in cui la popolazione si divide tra indolente aristocrazia e popolo miserabile.

Nel 1801 Catherine Wilmot accetta l’invito dei conti Cashell a compiere un viaggio biennale attraverso Francia e Italia, accettando di redigere il diario dell’escursione (An Irish Peer on the Continent), sotto forma di una lettera al fratello. Ci lascia incisive descrizioni di Napoleone, osservato a Parigi da una finestra delle Tuileries, di Talleyrand, di David. Ha modo di osservare nella capitale francese le opere artistiche sottratte all’Italia dalle razzie napoleoniche (ad esempio i cavalli di San Marco posti a guardia ai cancelli delle Tuiliers). A Firenze, di cui enumera lungamente le opere d’arte, osserva che la Tribuna è priva delle stature che non molto prima ha ammirato a Parigi. Napoli, che la affascina, è descritta come città dell’opulenza, dell’ostentazione, dello sfarzo e del lusso.

Anna Jameson sceglie di far raccontare il suo viaggio in Italia a un personaggio di fantasia, una giovane donna che soffre di malinconia d’amore. Il suo diario, A Lady’s Diary, viene pubblicato nel 1826, traendo spunto dal viaggio in Italia che aveva compiuto nel 1821 come governante dei figli della ricca famiglia inglese Rowles, per poi essere ripubblicato dal prestigioso editore Colburn col titolo The Diary of an Ennuyée, ovvero di una donna malinconica. L’Italia è il luogo dove si può ancora godere del pittoresco o delle emozioni estetiche. La Jameson compirà numerose escursioni in Italia negli anni successivi, scrivendo a proposito delle opere d’arte italiane del Trecento e del Quattrocento (periodi che la cultura vittoriana valorizza); viaggiò anche nel Nord America e in Canada.

Il viaggio in Italia di Marguerite Blessington col marito e il dandy Alfred d’Orsay è un viaggio alla ricerca di Byron, incontrato “dal vivo” dai tre a Genova e “metaforicamente” nei luoghi e nelle ville da lui frequentate in giro per l’Italia. La donna era al centro dei pettegolezzi: dietro compenso a 14 anni era stata data in sposa al capitano Maurice St. Leger Farmer, sadico e soggetto a crisi di follia; fuggita, era finita tra le braccia del capitano Thomas Jenkins e in pratica ceduta, ancora per denaro, al Conte di Blessington. Il suo viaggio in Italia e il suo diario (The Idler in Italy) sono il suo mezzo di riscatto della sua immagine di oggetto sessuale e lussuosa merce di scambio. Registra tragitti, soste, incontri, eventi, con particolare attenzione ai personaggi famosi dell’epoca che incontra; trascorre tra l’altro, due anni, a Napoli, in una villa del Vomero. Ci ha lasciato anche un volume dal titolo Conversations with Lord Byron.

Curiosa e puntigliosa nel descrivere e nell’esplorare luoghi, attrattive e alberghi si dimostra anche Jessie E. Westropp, che ci ha lasciato le lettere rivolte al fratello, Summer Experiences of Rome, Perugia and Siena, e degli schizzi pittoreschi, poi trasformati in litografie. Le sue lettere, scritte tra il 1853 e il 1854 tradiscono un intento didattico; ella spiega che un turista in Italia debba avere una conoscenza della cultura antica e del latino, oltre a una preparazione nella pittura e nella scultura. Si comporta come le donne borghesi che, ormai, alla metà dell’Ottocento, si mettono in viaggio per il continente. Descrive le fastose cerimonie religiose cui assiste, le residenze temporanee nelle città collinari dell’Italia centrali; è stata infatti costretta da un’epidemia di colera ad allontanarsi da Roma; il viaggio la porta a Perugia, in cerca dell’aria buona che all’epoca era ritenuta la prima difesa contro il contagio. È molto attenta al racconto della ricettività alberghiera, della gastronomia, dei costi e della burocrazia della vita quotidiana italiana.
UN “VIAGGIO” NELLE “TRADIZIONI”: RIFLESSIONI SUL LIBRO DI MAURIZIO BETTINI, “RADICI. TRADIZIONE, IDENTITA’, MEMORIA”, BOLOGNA 2016.
Leggendo il libro del prof. Bettini (filologo, latinista, antropologo, scrittore) dal titolo di “Radici: Tradizione, identità, memoria”, noi ragazzi della terza i siamo potuti venire a conoscenza del perché oggi ci si interessa tanto delle tradizioni passate e di come il concetto di tradizione venga manipolato per ricercare una propria “presunta” identità.

Le tradizioni sono diventate l’unico “luogo” dove poter ricercare le differenze tra i diversi paesi, dato che ad oggi le differenze non sono più così sostanziali, anche mettendo a confronto due città, oppure popolazioni, di due luoghi completamente diversi. Per rintracciare le differenze nel mondo globalizzato si guarda ai monumenti, ai dialetti o alle ricette tipiche dei vari territori. Le tradizioni, come sottolinea Bettini, sono orizzontali, ovvero costantemente influenzate e mutevoli; per reagire al fenomeno della “globalizzazione” le influenze esterne vengono talvolta rinnegate, per paura che possano rovinare quella che sarebbe realmente l’ identità di un paese. Ma cos’è davvero l’identità? Rappresentare il nostro passato con la metafora delle “radici” è infatti pericoloso e fuorviante. La metafora delle radici presuppone tipicità, stanzialità e mancanza di scambio. L’idea delle radici rimanda a quella di purezza e di autoctonia, su cui si finisce per fondare una concezione della società che non può che essere discriminante verso ciò che ritenga “diverso da sé”. La storia insegna, invece, che il nostro è un passato di movimenti e di scambi di tutti i tipi (culturali, genetici, tecnologici, ecc.) e che la ricerca dell’origine della nostra, o di qualunque cultura (o razza, come si pensava fino a qualche decennio fa), è cosa vana e spesso dannosa. Far riferimento alle proprie tradizioni intese come qualcosa di statico e immutabile nel tempo può avere come conseguenza la chiusura verso “l’altro” e la costruzione di ideologie nazionaliste. In un capitolo del libro, dal titolo “Radici alimentari” (pp. 101-109), Bettini, per dimostrare quanto sia fuorviante pensare alla tradizione come a un qualcosa di fisso e identitario, prende in esame la provenienza di quelli che riteniamo gli ingredienti dei nostri piatti tipici. Il pomodoro, indispensabile per piatti per noi irrinunciabili come pizza e spaghetti, proviene dall’America Centrale; anche la patata proviene dall’America, come peperoni e peperoncini, alimento “identitario” di Abruzzo e Calabria. È americano il granturco, ingrediente della polenta. Se arriva in Italia solo a partire del Cinquecento, arriva anche in Angola, nello stesso periodo, dove lo portano i portoghesi. L’uso di mangiare farinate simili alla polenta viene portato in Brasile dagli schiavi africani i quali, prima della scoperta del mais, le preparavano con la farina di tapioca. Le varie tipologie di fagioli, che contraddistinguono alcune zone della penisola, vengono anch’esse dall’America subtropicale; le melenzane furono introdotte in Europa dagli Arabi e adottate dagli Ebrei nell’Italia meridionale e in Spagna; la mela, presunto prodotto “tipico” delle valli alpine, proviene dal Kazakistan. Per sottolineare quanto si possa manipolare il passato per costruire “presunte” tradizioni identitarie Bettini cita un oracolo delfico. Un giorno gli Ateniesi inviarono a Delfi degli ambasciatori per chiedere quali riti sacri avrebbero dovuto essere conservati e quali no. L’oracolo rispose: «quelli conformi ai costumi degli antenati». Gli Ateniesi se ne andarono, ma non erano soddisfatti; ritornarono dall’oracolo dicendogli che i costumi erano mutati più volte nel tempo: a quali avrebbero dovuto attenersi? Il vecchio saggio rispose: «al migliore». Tale risposta ci fa comprendere come non esista una vera e assoluta tradizione e che rifarsi al passato comporta invece una scelta faziosa tra le molte cose che esso mette a disposizione. In conclusione se la chiave con cui si legge il fenomeno dell’immigrazione è frutto di una visione di tolleranza ed empatia verso il vissuto degli “altri”, si avrà una società più stabile, basata sull’idea che siamo “cittadini del mondo” e che le nostre presunte tradizioni sono fluttuanti e dinamiche, frutto dei continui incontri con l’altro che la storia ha offerto e offre.
I VIAGGI DI PETRARCA
La classe terza i del Liceo Scientifico “G. Marconi” ha svolto un approfondimento su Petrarca, che fu nella sua vita infaticabile viaggiatore. Nato nel 1304 ad Arezzo, Petrarca è uno dei poeti italiani più illustri ed è l’artefice del Canzoniere (sua opera più celebre in volgare). Compì fin da subito numerosi viaggi, percorrendo molte vie di comunicazione del suo tempo. Si definì peregrinus ubique proprio per le sue navigazioni e i suoi spostamenti tra l’Italia e la Provenza, iniziati in tenera età e proseguiti anche per coltivare gli studi.

Nel 1341 sbarcò a Napoli per la sua prima volta e nel 1343 per una seconda, attraverso passaggi via terra e via marittima. Successivamente soggiornò a Roma per l’incoronazione poetica del 1341. Oltre agli spostamenti in territorio italiano ci furono quelli internazionali, soprattutto verso le regioni del nord come la Francia, le Fiandre e la Germania, tutti viaggi compiuti per finalità “turistiche”, dato che è guidato dalla sua voglia di conoscere. Durante i suoi viaggi rivestì cariche importanti come quella di ambasciatore nel 1356 a Praga ed entrò tra gli onori alla corte di Parigi nel 1360. Il poeta collega ad ogni territorio “calpestato” un ricordo personale o una testimonianza storica, facendo conferire al proprio testo un aspetto geografico indirizzato più sulla cultura. All’interno degli excursus dei viaggi petrarcheschi ritroviamo nomi di città che per il nostro poeta rappresentarono dimore importanti. Queste città furono Avignone (1326-1337), Milano (1353-1362), Venezia (1362-1367) e Padova (1353-1370); di esse Petrarca ha lasciato descrizioni parziali e meno accurate. Solo grazie ad alcuni scritti del poeta possediamo elementi oggettivi di Padova. Inoltre ci parla di Pavia, città lussuosa in quanto reggia dei Longobardi; tratta del suo clima e della posizione benevola, seguendo la tipica descriptio loci. Petrarca parla di Roma contestando la dottrina transalpina e nota come la città cristiana gli si riveli e come la città repubblicana scorra grazie ai trionfi di Cesare e Adriano. Petrarca, attraverso espressioni che utilizza per descrivere se stesso, sottolinea che una parte di sé lo spinge ad un ossessivo movimento. Il viaggio lo ha sempre accompagnato, ancor prima della sua nascita, come viene scritto nella lettera proemiale delle Familiares (1,1, 22-25):
Ego, in exilio genitus, in exilio natus sum. Inde mense septimo sublatus sum totaque Tuscia circumlatus prevalidi cuiusdam adolescentis dextera […] Finis Tusci erroris, Pise; unde rursus etatis anno septimo divulsus ac maritimo itinere transvectus in Gallias, hibernis aquilonibus haud procul Massilia naufragium passus, parum abfui quin ab ipso rursus nove vite vestibulo revocarer.
“Io, generato nell’esilio, nell’esilio nacqui. [Da Arezzo] fui condotto via nel mio settimo mese, e vagai per tutta la Toscana in braccio a un robusto garzone […]. Pisa fu il termine del mio vagar per la Toscana; donde di nuovo condotto via a sette anni, e per mare trasportato in Francia, fatto naufragio presso Marsiglia per l’impeto dei venti invernali, poco mancò che non fossi risospinto indietro dalla soglia stessa della vita novella”.

In essa si sofferma sui suoi spostamenti e sul naufragio avvenuto presso Marsiglia. Ogni età è rappresentata e legata ad un viaggio compiuto sia per volontà che per necessità, in quanto il poeta volle ovviare ai suoi disagi spirituali (questo motivo fu trattato nelle Familiares da lui stesso). Con Petrarca si arriva a parlare di “instabile mobilità” poiché egli cambiò così spesso città senza sceglierne una “propria”. La curiosità fu un altro fattore che lo condusse nel perpetuo moto caratterizzato anche da viaggi immaginari. Per Petrarca il concreto viaggio si traduce in cammino interiore, cioè in peregrinatio, che viene intesa come una crescita e rinnovamento; è l’animo, quindi, a guidare tutto ciò. Il poeta afferma in uno scritto di voler costantemente cambiare luogo non per rivedere i posti già visti ma per sopperire a quell’angoscia interiore. È un uomo che cerca di trovare la quiete, cercando prima di tutto se stesso. Si sente un po’ come l’eroe omerico Ulisse, in quanto entrambi vagano spinti dalla loro curiosità e dal voler conoscere; c’è, però, una differenza: Petrarca non ebbe mai una vera patria. Soltanto Capranica, Selvapiana e Valchiusa rappresentarono per Petrarca rifugi familiari in cui la sua anima si sentiva in totale serenità, una serenità alimentata dalle dimore stesse. Valchiusa, insieme ad altri luoghi, assurse ad una rappresentazione nobile, in quanto in grado di esprimere direttamente i suoi stati d’animo. Come già detto nessun luogo fece veramente parte di lui ma ognuno lo formò per cercare di arrivare ad una pace spirituale. Tutti i suoi viaggi furono alternati dal desiderio di chiudersi nella sua interiorità ma, nonostante ciò, può essere riconosciuto dai suoi posteri come uno dei “poeti viaggiatori” per eccellenza.
Bibliografia
L. Marcozzi – R. Brovia (a c. di), Lessico critico petrarchesco, Roma 2016.
Feedback finale – Napoli
Il giorno 22/05/2019 gli allievi di Napoli hanno risposto a una serie di domande sul progetto svolto. La verifica è stata effettuata mediante l’ausilio della piattaforma Mentimeter. I risultati di tale attività hanno valore di feedback complessivo circa le conoscenze acquisite e la visione critica maturata in relazione al tema del viaggio.
UN VIAGGIO NELLA VITA QUOTIDIANA DEL MEDIOEVO
Due allievi della terza i hanno preso in esame il noto libro di Chiara Frugoni, Vivere nel Medioevo. Donne, uomini e soprattutto bambini, Bologna, Il Mulino, 2017, pp. 317, €40, che racconta le usanze medievali all’interno della società, della famiglia, in particolare soffermandosi sulla vita quotidiana dei bambini. Gli argomenti principali sono la vita quotidiana, l’ambiente domestico, l’educazione e il gioco dei bambini. In conclusione viene fornito un ritratto delle vie urbane e delle persone che le percorrevano.
…Molti giochi, pochi giocattoli…
Dalle immagini rinvenute possiamo dedurre che, a causa della mancanza di giocattoli, gli unici che riuscivano ad intrattenersi erano soprattutto i bambini maschi, poiché si organizzavano in giochi di squadra o di ruolo come finte guerre e tornei. I giochi pratici potevano essere soldatini o burattini.

Al contrario le bambine che avevano la possibilità di giocare erano quelle appartenenti ad una famiglia di alto rango, poiché potevano permettersi le bambole che all’epoca erano molto costose. Inoltre la bambola medievale aveva un ruolo importante nella formazione della bambina, in quanto rappresentava ciò che sarebbe diventata da adulta. Un esempio è dato dalla monaca di Monza, che da piccola giocava con una bambola vestita e adornata con i panni di una monaca. Invece le bambole odierne, ad esempio Barbie, non hanno alcun valore se non quello del divertimento, anzi rappresentano una donna che si lascia andare ai piaceri mondani.
I giochi più diffusi che si svolgevano all’aperto erano: la trottola, il cerchio dove vi saltavano dentro, il volano, il tiro delle bocce usando le noci, i trampoli e le altalene, la caccia alle farfalle usando il loro cappuccio al posto del classico retino. Nella stagione invernale era motivo di divertimento per i bambini anche l’uccisione del maiale. Per pattinare o far scivolare le slitte venivano utilizzate ossa di animali, tra cui il cavallo.

…Una stanza per sé…
Grazie ai testi pervenuti dagli autori medievali come Boccaccio e post-medievali come Manzoni, possiamo capire la condizione della donna nella società e la sua inferiorità. Lo stesso Boccaccio dedica il Decameron alle donne, con lo scopo di dilettarle, dato che erano escluse da ogni forma di svago.
In generale le donne erano rinchiuse nelle mura domestiche, e potevano svolgere solo quelle attività legate alla famiglia e alla casa. Potevano, però, intraprendere la vita religiosa, diventando monache, a seguito della scelta forzata del padre che le privava dunque di mettere su famiglia. Un esempio è dato da Manzoni, che parla della monaca di Monza, la quale era stata indirizzata con da bambina alla vita ecclesiastica, con bambole vestite da monache.
Le donne religiose, avendo la possibilità di avere una stanza tutta per loro, con i libri della biblioteca, una buona speranza di vita poiché non erano sottoposte a malattie contratte per la gravidanza, avevano la possibilità di formarsi, di studiare e di scrivere, potendo così occupare un posto più importante nella società del tempo.
Le altre donne invece, che potevano mettere su famiglia, sempre a seguito della scelta del padre, conducevano una vita sempre all’ombra della figura del marito.
Possiamo dunque affermare, che la donna nel medioevo non ha una fisionomia propria se non rifiutando il matrimonio e votandosi allo sposo celeste.

Valutazione sul volume:
Il libro, di cui abbiamo preso in esame solo alcuni dei tanti spunti che offre, espone gli argomenti in maniera molto dettagliata, allegandovi immagini che dimostrano quanto raccontato. Il linguaggio non è molto complesso e risulta adatto per un pubblico intermedio. Essendo un libro descrittivo risulta poco scorrevole ma è molto esaustivo per una ricerca sul periodo medievale e un viaggio sui tanti aspetti della vita quotidiana del passato.
Viaggio Come Scoperta
“Non si può mai attraversare l’oceano se non si ha il coraggio di perdere la riva”
Cristoforo Colombo
Bartolomeo Diaz e la scoperta del Capo di Buona Speranza
Bartolomeo Diaz è passato alla storia per aver scoperto il Capo di Buona Speranza aprendo così la strada a Vasco De Gama verso le Indie.Nato in Portogallo nel 1450, della sua vita si sa poco o quasi niente.
Dopo le tante spedizioni inviate sulla costa occidentale dell’Africa dal principe Enrico il navigatore, alla sua morte, il sovrano portoghese Giovanni II nominò Bartolomeo Diaz capitano di una spedizione per scoprire la reale estensione verso Sud delle coste del continente africano e verificare la possibilità di tracciare una rotta verso l’India. ). La spedizione ebbe inizio nell’agosto del 1487 quando Diaz partì da Lisbona con tre navi:
- la sua ammiraglia, la caravella São Cristóvão , la quale aveva come timoniere Pêro de Alenque;
- il São Pantaleão , caravella comandata da João Infante ,e con timoniere Alvaro Martins;
- infine l’ultima nave, che aveva funzione solo di appoggio, era governata da Pêro Dias, fratello di Bartolomeo, che aveva come timoniere João de Santiago.

La spedizione salpò in direzione sud lungo la costa occidentale dell’Africa.Nel dicembre di quell’anno raggiunse la Namibia, il punto più a sud cartografato dalla spedizione di Diogo Cão, esploratore portoghese che come Diaz era stato incaricato dal re del Portogallo Giovanni II di trovare nuove rotte per le Indie. Continuando la navigazione verso meridione, Diaz si imbatté in una tempesta che durò tredici giorni facendogli perdere la rotta. Una volta terminata la tempesta, non vedendo terre a est di fronte a sé, Diaz intuì di aver superato il confine massimo dell’Africa, e così decise di dirigersi verso nord nella speranza di trovare terra.Scoprì la baia di Algoa ben 800 km a est del Capo di Buona Speranza e lì decise di non proseguire. Fu al ritorno verso il Portogallo che nel maggio del 1488 scoprì un promontorio oltre il quale non si estendeva nulla a sud. Lo battezzò Capo delle Tempeste, a causa della forte tempesta che lì aveva incontrato, e sempre lì fece erigere una grande croce a testimonianza della sua impresa. Questo punto fu poi ribattezzato Capo di Buona Speranza dal re Giovanni II poiché riteneva che quella scoperta avesse aperto una nuova speranza per raggiungere l’India.

Vasco Da Gama e il viaggio in India
“La ragione principale di vivere è la scoperta.”
James Dean
Il navigatore portoghese Vasco da Gama (3 settembre 1469 – 24 dicembre 1524), incaricato dal re Giovanni II del Portogallo di condurre una spedizione in India per via marittima, partì dal porto di Lisbona l’8 luglio 1497, con quattro vascelli e 160 uomini d’equipaggio.

Il 22 novembre 1497 doppiò il capo di Buona speranza e costeggò il litorale orientale dell’Africa, gettando l’ancora in dicembre nella baia poi detta “Baia di Natal”. Attraversò quindi il canale di Mozambico, giungendo a Malindi. Da qui ripartì e si diresse verso la costa di Malabar, toccando infine Calicut, nell’India sud-occidentale, nel maggio del 1498.
Entrato in relazione col principe del luogo, suscitò però l’opposizione degli Arabi. Gli Arabi temevano la concorrenza commerciale dei portoghesi. Essi riuscirono in breve a farlo passare per nemico agli occhi del principe.
Il 29 agosto 1498, con un equipaggio ridotto, Vasco da Gama iniziò il viaggio di ritorno. Giunse a Lisbona nel settembre 1499. Il re Manuel lo accolse con molti onori e lo nominò ammiraglio delle Indie. Fu subito organizzata un’importante squadra da inviare nelle Indie, al cui comando fu posto Alvares Cabral. Alvares Cabral fu sospinto dapprima verso le coste del Brasile (1500) e in seguito toccò le coste dell’India, senza tuttavia riuscire a intrecciare commerci duraturi.
Nel 1502 una nuova flotta, questa volta al comando di Vasco da Gama, prese la via delle Indie. La spedizione ebbe eccezionale importanza, perché proclamò la sovranità del re del Portogallo sul mare delle Indie, riservandogli il monopolio del commercio.
Durante questa spedizione Vasco da Gama bombardò Calicut e condusse terribili rappresaglie contro coloro che l’avevano ostacolato al tempo della prima spedizione. Tali crudeltà suscitarono cattiva impressione in patria. Forse per questo, o più probabilmente per gli intrighi dei suoi rivali, dopo essere rientrato a Lisbona nel 1503, Vasco da Gama rimase inattivo per vent’anni.

Nel 1524 Vasco da Gama fu nominato viceré delle Indie dal re Giovanni III. Pochi mesi dopo, il 24 dicembre 1524, morì a Cochin.http://www.nationalgeographic.it/popoli-culture/2016/03/15/foto/relitto_nave_vasco_de_gama-3015535/8/?refresh_ce
Cristoforo Colombo e la Scoperta dell’America

“Ogni scoperta viene fatta più di una volta e mai tutta quanta insieme; e, a parte questo, il successo non va di pari passo con il merito. L’America non ha preso il nome da Colombo.”
Sigmund Freud
Cristoforo Colombo nacque a Genova nel 1451, figlio di Domenico Colombo, un tessitore di lana e di Susanna Fontanarossa, fu esperto navigatore e scopritore del mondo. In un primo tempo seguì le orme del padre, per poi dedicarsi alla sua vera passione:la navigazione. Colombo fu impiegato presso numerose compagnie commerciali, interessandosi soprattutto ai confini del mondo conosciuto, navigò su molte navi, percorrendo l’emisfero dall’Africa al nord Europa. Per un breve periodo visse col fratello Bartolomeo, cartografo, grazie al quale apprese la lettura e il disegno delle carte e studiò molti geografi, scoprendo e convincendosi della teoria che il mondo è tondo e non piatto, com’era consuetudine credere a quei tempi, sviluppando il suo progetto di raggiungere le Indie.Per realizzare i suoi progetti di esplorazione del mondo, però, Colombo aveva bisogno di fondi cospicui, quindi si rivolse ai sovrani di diverse nazioni, per anni senza successo, finchè nel 1492 i sovrani di Spagna, Ferdinando e Isabella, accordarono il consenso, fornendo a Colombo il necessario per partire, le famose tre caravelle: La Nina, La Pinta e La Santa Maria, più tutto l’equipaggio spagnolo. Il 3 agosto 1492, Colombo salpò da Palos in Spagna e dopo una sosta alle Canarie, giunse a Guanahani, chiamandola San Salvador e impossessandosene in nome dei sovrani di Spagna: era il 12 ottobre 1492, data ufficiale della scoperta delle Americhe. Colombo era convinto di essere sull’arcipelago Giapponese. In seguito scoprì l’odierna Haiti(a cui diede il nome di Hispaniola.)

Tornato vincente dalla prima spedizione, Colombo fu accolto con onori e ricchezze dai sovrani di Spagna, che organizzarono subito una seconda spedizione. Durante la seconda spedizione, ordinata non solo per scoprire nuove terre, ma anche per diffondere il Cristianesimo, coltivare nuove terre, portare in Spagna le ricchezze e affermare la sovranità spagnola, Colombo scoprì: Santiago (attuale Jamaica) e la costa meridionale di Cuba. Colombo chiese la possibilità di nuovi finanziamenti per altre spedizioni e riuscendole ad ottenere, scoprì Trinidad vicino alle coste del Venezuela. Intanto i sovrani inviarono un emissario Francisco De Bobadilla, perchè ritenevano che Colombo non fosse in grado di gestire i suoi uomini, ma molto più probabilmente fu inviato, perchè Colombo difendeva gli indigeni contro i soprusi spagnoli. L’emissario lo fece arrestare e rispedire in Spagna, ma due anni dopo riuscì ad intraprendere una nuova spedizione, stroncata però da un uragano che distrusse 4 navi e decimò l’equipaggio. Morì il 20 maggio 1506 a Valladolid, senza essersi reso conto di aver scoperto l’America.
Così tanti secoli dopo la Creazione è improbabile che qualcuno possa oggi scoprire terre sconosciute di qualche valore.
(Il comitato dei Consiglieri di re Ferdinando e della regina Isabella di Spagna, riguardo alla proposta fatta da Cristoforo Colombo nel 1486)
VIAGGIO NELLO SPAZIO
LO SPAZIO
Pensiamo allo spazio come a un tessuto nel quale gli oggetti sono collocati. Un tessuto che dal momento del Big Bang si sta espandendo.
Questo tessuto non solo si espande ma può anche piegarsi. La Relatività di Einstein ci dice infatti che lo spazio si incurva ovunque ci sia una massa. Più grande e densa è la massa, maggiore è la curvatura. La manifestazione di ciò è un fenomeno tanto comune quanto fondamentale per l’esistenza dell’Universo come lo conosciamo: la forza di gravità.

Le tre dimensioni dello spazio familiari a tutti sono l’altezza, la larghezza e la lunghezza. Ma la rivoluzionaria Teoria della Relatività rivela che esiste una quarta dimensione in cui qualsiasi oggetto può spostarsi (solo in un senso, avanti) questa quarta dimensione, incredibilmente, è il tempo.
Anche il tempo, come le tre dimensioni spaziali, è soggetto alla curvatura impressa dalla massa. Secondo la Relatività, sia le tre dimensioni spaziali sia il tempo sono relative (appunto), perché un osservatore le vede comportarsi diversamente in relazione alla velocità che percepisce dell’oggetto osservato.
LA PREPARAZIONE AI VIAGGI NELLO SPAZIO
La preparazione per volare a bordo di uno shuttle è molto lunga e comprende diverse fasi. All’inizio si tratta di lezioni di tipo universitario in cui vengono illustrati gli aspetti del volo spaziale e soprattutto i dettagli tecnici dello Space Shuttle e, più recentemente, della Stazione Spaziale. Oltre alla teoria c’è una parte pratica nella quale si approfondiscono gli aspetti operativi dei vari sottosistemi di cui sono composti i veicoli spaziali.
Lo Shuttle è una macchina unica nel suo genere che racchiude le funzioni di tre veicoli diversi. Ha le caratteristiche di un razzo al momento del decollo, si trasforma in una piccola stazione spaziale quando arriva in orbita, e diventa un enorme aliante dopo il rientro nell’atmosfera terrestre.

A causa di incidenti la NASA ha dedicato grande attenzione alla sicurezza degli equipaggi e ha sviluppato un addestramento specifico per consentire agli astronauti di abbandonare la navetta in condizioni di grave pericolo. Per questo si usano tute pressurizzate per proteggere gli astronauti da una perdita di pressione della cabina. Queste tute sono anche ignifughe e dotate di un paracadute, di un canotto gonfiabile e naturalmente di radio e strumenti di segnalazione per i mezzi di soccorso.
Un addestramento specifico viene effettuato anche per prepararsi alle conseguenze di un atterraggio di emergenza, che comporti un’evacuazione rapida del velivolo, in seguito a un incendio o alla fuoriuscita di gas tossici. Per questo tipo di training si usa un simulatore a grandezza naturale dello Shuttle.

Altre simulazioni vengono effettuate in una grande piscina, poiché sott’acqua il peso del corpo e della tuta viene equilibrato dalla spinta di galleggiamento e, per alcuni aspetti, è quasi come lavorare nello spazio.
Per potere riprodurre le condizioni di “assenza di peso”, viene anche utilizzato una aerocisterna. L’aereo cabra compiendo una grande parabola e poi inizia una picchiata in caduta libera, durante la quale si “fluttua” nella cabina per qualche decina di secondi, proprio come si farebbe in orbita.
Al momento della selezione come astronauta oltre alla preparazione tecnica, vengono attentamente valutati l’aspetto fisico e psicologico. Altrettanto si può dire per l’aspetto comportamentale che deve essere in grado di resistere a situazioni di stress e di super-lavoro. Dopo il training di base si procede con un addestramento mirato a mantenere i livelli di preparazione raggiunti. Infine arriva il momento più atteso, quando si è finalmente assegnati ad una particolare missione. Questo avviene circa un anno prima del volo nello spazio. A questo punto inizia il training specifico per quel particolare volo e si passa la gran parte del tempo con la crew, impegnati in varie simulazioni durante le quali si ripercorrono, passo per passo, le diverse fasi del volo, ogni membro dell’equipaggio ha delle precise responsabilità e si prepara maggiormente sulle parti della missione di cui è responsabile.
FINALITÀ DEI VIAGGI NELLO SPAZIO
Perché andiamo nello spazio? Innanzitutto, perché come esseri umani non possiamo fare a meno di esplorare.
Solo dodici esseri umani hanno camminato sul suolo di un altro corpo celeste. Ma oltre cinquecento hanno passato periodi più o meno lunghi in orbita nello spazio circostante la Terra.

-Perché ci protegge dagli asteroidi: Sarà forse pane per i catastrofisti, ma va considerato: un programma spaziale serio e ben finanziato deve avere anche il compito di monitorare gli asteroidi di grosse dimensioni, potenzialmente distruttivi per il nostro pianeta. Piccoli asteroidi si disintegrano nell’atmosfera al ritmo di uno ogni due settimane circa, ma sono quelli di 100 metri di diametro e più a dover preoccupare: fortunatamente, gli strumenti che già abbiamo consentono in molti casi di prevedere e studiare il loro transito con largo anticipo;

-Perché tutela la nostra salute: Dal braccio robotico che consente di operare direttamente in risonanza magnetica funzionale ai metodi per somministrare farmaci antitumorali in modo mirato alle cellule malate: la ricerca in microgravità ha portato a importanti innovazioni nel campo della medicina. Uno dei settori oggi più promettenti è la ricerca sull’osteoporosi, la perdita di massa ossea che colpisce gli anziani (in particolare le donne) e gli astronauti di stanza sulla ISS. Sperimentare nuovi farmaci nello Spazio è più facile: in un mese in microgravità, un astronauta perde circa l’1,5% di massa ossea, quanta ne perde un anziano in un anno (nella foto al microscopio, un osso colpito da osteoporosi);

-Perché conduce a grandi scoperte: Dalla coperta termica spaziale, usata oggi dai maratoneti al termine della gara, all’aspirabriciole portatile che abbiamo nelle nostre case, fino alle protesi ultraresistenti usate dai campioni paralimpici: la ricerca spaziale porta sorprendenti e piacevoli ricadute anche nella vita di tutti i giorni dei non astronauti ;

–Perché abbiamo bisogno di nuove materie prime: Hanno fatto molto discutere le intenzioni di alcune compagnie private di estrarre materie prime dagli asteroidi, e trasformare le risorse spaziali ancora senza proprietario in dollari sonanti. Ma non occorre andare molto lontano per trovare materiali molto ricercati sulla Terra: la Luna, per esempio, è ricca di elio-3, un isotopo molto raro sul nostro pianeta, usato soprattutto nella ricerca sulla fusione nucleare. Ma anche di europio e tantalio, elementi sempre più richiesti nel campo dell’elettronica e della costruzione di pannelli solari;

–Perché potrebbe rispondere a una famosa domanda:Che poi è quella a cui molti di noi vorrebbero poter rispondere: siamo soli nell’Universo? Le indagini compiute finora dal telescopio spaziale Kepler hanno svelato una lunga lista di altre “Terre” al di fuori del Sistema Solare, situate nella fascia abitabile delle rispettive stelle e potenzialmente adatte
Le più importanti spedizioni spaziali

1) Il 19 gennaio del 2006, dalla base di Cape Canaveral, la Nasa fece partire la sonda New Horizons, sviluppata per l’esplorazione di Plutone e del suo satellite Caronte. La sonda ha raggiunto Plutone il 14 luglio 2015, inviando la prima immagine ad alta risoluzione del lontanissimo pianeta nano.

2)La Nasa assieme ad altre quattro agenzie spaziali nel 1998 iniziò a costruire la Stazione Spaziale Internazionale. Il suo obiettivo, definito dalla Nasa, è quello di sviluppare e testare tecnologie per l’esplorazione spaziale, sviluppare tecnologie in grado di mantenere in vita un equipaggio in missioni oltre l’orbita terrestre e acquisire esperienze operative per voli spaziali di lunga durata, nonché servire come un laboratorio di ricerca in un ambiente di microgravità, in cui gli equipaggi conducono vari esperimenti.

3) La missione Mars Pathfinder partì dalla Terra nel dicembre del 1996 e atterrò su Marte nel luglio 1997. Nessun veicolo spaziale era mai arrivato prima sul Pianeta Rosso. Il modulo atterrò dolcemente sulla sua superficie e il lander inviò dati sulla Terra per tre mesi. Tra le altre cose, la missione ha rivelato che Marte un tempo era un pianeta caldo e umido, di gran lunga più ‘amichevole’ in termini di sopravvivenza umana di quanto non lo sia ora.

4)La missione della Nasa Apollo 11 fu la prima a portare l’uomo sulla Luna. L’astronauta Neil Armstrong mise piede sulla superficie del satellite il 20 luglio 1969, pronunciando la storica frase: «Un piccolo passo per l’uomo, ma un grande balzo per l’umanità». Il mondo intero lo stava guardando in televisione.
IL VIAGGIO NEL “DECAMERON” DI BOCCACCIO: LE PERIPEZIE DI ALATIEL (2,7)
Dovendo analizzare il tema del viaggio del “Decameron”, noi allievi della terza i del Liceo Scientifico “G. Marconi” abbiamo soffermato la nostra attenzione sulla seconda Giornata, che vede i protagonisti alle prese con “viaggi” e peripezie avventurose, dal momento che subiscono le traversie della Fortuna, per poi cavarsela. In particolare la novella della principessa Alatiel, che viene sballottata qua e là nel Mediterraneo, per poi andare in sposa al re di Garbo, alla volta del cui regno era partita quattro anni prima, ci è sembrata emblematica per una riflessione sul viaggio nel capolavoro di Boccaccio. Utile per l’analisi è risultato il recente libro di Marcello Bolpagni, La geografia del “Decameron”, Prospero Accademia, 2017.

Trama della novella Alatiel (Decameron, II 7): Il sultano Beminadeb dà in sposa la figlia Alatiel, bellissima, al re del Garbo che lo ha aiutato in una guerra. La nave, partita da Alessandria, fa naufragio e si arena nell’isola di Maiolica (Maiorca). Alatiel viene soccorsa da un gentiluomo, Pericone da Visalgo, che si innamora di lei per la sua straordinaria bellezza. Durante una cena, la fa ubriacare e riesce a stare con lei, nonostante le resistenze iniziali della donna, che doveva arrivare al matrimonio vergine. Tuttavia la donna viene notata anche da un altro giovane, Marato, che la rapisce per portarla con sé verso la Romania (termine con cui si designa l’impero bizantino). I due proprietari della nave su cui si imbarca Marato, innamoratisi anche loro della donna, gettano in mare il giovane e poi si feriscono a vicenda (uno dei due viene ferito mortalmente) in una rissa per contendersi le grazie della principessa. La nave giunge a Chiarenza (Peloponneso); il principe del luogo si innamora di Alatiel ma viene a sua volta ucciso dal cugino, il duca di Atene, invaghitosi della ragazza. La duchessa scopre la tresca del marito e chiede ai fratelli di vendicarla. Uno di essi, Costanzio, si innamora di Alatiel, la rapisce e la porta a Chio, dove, per l’ennesima volta, Alatiel si concede all’uomo che si è impadronito di lei. Osbech, re dei Turchi, attacca Chio per liberare Alatiel ma viene a sua volta ucciso da Basano, re di Cappadocia; un domestico di Osbech, di nome Antioco, al quale è stata affidata Alatiel, approfittando della conoscenza della lingua di lei (tutti i precedenti uomini che erano stati con lei non riuscivano a comunicare con la principessa), riesce a farla diventare sua amante. Fugge dopo la morte del re di Osbech ma giunto a Rodi si ammala gravemente. Affida Alatiel al suo migliore amico, un mercante di Cipro, che giace a sua volta con la donna. A Cipro Alatiel incontra un vecchio di nome Antigono di Famagosta, suo compatriota, che la riconosce e promette di ricondurla dal padre ad Alessandria. Antigono mantiene la promessa e le suggerisce anche una storia da raccontare al padre, affinché Alatiel possa affermare di aver salvato la reputazione e di essere ancora vergine. Al padre Alatiel racconta di essere naufragata sulle coste della Francia (ad Aigues-Mortes); lì era stata soccorsa da alcuni gentiluomini che l’avevano affidata ad un convento di suore in Italia (San Cresci in Valcava). Temendo che rivelarsi musulmana non fosse opportuno, Alatiel aveva raccontato alle suore di essere figlia del re di Cipro; nell’isola era stata accompagnata da un gruppo di francesi in pellegrinaggio verso la Terra Santa. Giunta a Cipro aveva incontrato Antigono che l’aveva riaccompagnata a casa. Il sultano, al quale Antigono assicura che aveva la figlia più bella ed onesta che mai un signore avesse avuto, è felice di aver ritrovato Alatiel e, come era stato dall’inizio sua intenzione, le fa sposare il re del Garbo.

LA LINEA NERA INDICA IL VIAGGIO CHE ALATIEL AVREBBE DOVUTO FARE (QUELLO DA ALESSANDRIA AD ALGARVE, PER SPOSARE IL RE DEL GARBO).
LA LINEA ROSSA INDICA IL VIAGGIO REALE DI ALATIEL (ALESSANDRIA-MAIORCA-CHIARENZA-EGINA-CHIO-SMIRNE-RODI-PAFO-ALESSANDRIA).
LA LINEA BLU INDICA IL “CONTROVIAGGIO”, CIOE’ IL VIAGGIO FALSO CHE ALATIEL, SU CONSIGLIO DI ANTIGONO, RACCONTA DI AVER COMPIUTO AL PADRE (ALESSANDRIA- AIGUES MORTES – SAN CRESCI IN VALCAVA – PAFO – ALESSANDRIA).
Analisi
Asor Rosa (“Decameron” di Giovanni Boccaccio, in Letteratura Italiana Einaudi, Le opere, Torino, p. 550) distingue diversi tipi di viaggio nel “Decameron”:
.-Andata e ritorno semplice (ad esempio la II 5, Andreuccio da Perugia, in cui il protagonista compie un viaggio Perugia – Napoli – Perugia);
-Andata e ritorno complesso (ad esempio la II 4, Landolfo Rufolo, in cui il ritorno del protagonista al luogo di partenza è ostacolato da numerose peripezie e quindi non lineare);
-Viaggio ciclico da Oriente a Occidente e viceversa, con retrogradatio cruciata delle peripezie (II 8, Il conte d’Anguersa);
-Viaggio a fasi successive (ad esempio la II 6), per definire lo sparpagliamento progressivo in luoghi diversi dei vari personaggi, che poi si riuniscono in un’epifania finale;
-Viaggio circolare, come “stupefacente metafora del vissuto”, come il viaggio di Alatiel;
-Viaggio peripezia (applicabile a qualsiasi novella di viaggio).
Il viaggio di Alatiel, con la sua matrice romanzesca, è sia un viaggio con andata e ritorno complesso, sia un attraversamento da Oriente a Occidente e ritorno, sia un susseguirsi di personaggi incontrati dalla protagonista, sia un viaggio circolare, sia una peripezia. Nella novella è inoltre presente quello che può essere definito un “controviaggio”, cioè il racconto falsato fatto al padre. Va notato che i luoghi citati nella novella sono tappe mercantili comuni all’epoca del Boccaccio. Molto interessante notare la particolare concezione del Mediterraneo di Boccaccio e dei suoi contemporanei (si veda anche cosa afferma Dante in Inferno, XXVIII, vv. 82-84); il mare nostrum della novella va da Maiorca a Cipro, che era ultimo avamposto cristiano dopo la caduta di Acri nel 1291. Allo stesso modo all’epoca con Europa si intende il territorio della cristianità. E’ evidente, in conclusione, che la novella di Alatiel sia un divertissement erotico ed erudito sul tema del viaggio; il suo leitmotiv è proprio il piacere dell’avventura in mare, destinata a lettori sensibili al fascino della parodia ma anche esperti delle rotte mercantili attraversate, suo malgrado, dalla principessa.
IL VIAGGIO COME INCONTRO CON L’ALTRO: UNA SINGOLARE ESPERIENZA DI ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO
Nella settimana di alternanza (8-14 aprile 2019) noi ragazzi della 3I del Liceo Scientifico “G. Marconi” di Grosseto (che fa parte con il Liceo Classico del “Polo P. Aldi”) siamo stati coinvolti nel progetto “TANTI MONDI, TANTI SAPORI”. L’esperienza, basata sulla collaborazione ormai consolidata tra l’Istituto Aldi e la società Simurg Ricerche, ha permesso a noi studenti di conoscere nuove culture, raccontate dalla viva voce dei migranti, soffermandoci in particolare sull’aspetto culinario. La fase di documentazione, le interviste agli ospiti dei centri accoglienza e ai figli di migranti della scuola media “F. Tozzi” di Paganico, la raccolta di materiale sono confluite nell’allestimento di una mostra multimediale, che sarà visitabile dal 15 Aprile al 04 Maggio, nell’atrio all’ingresso del Liceo Scientifico.

Durante i primi giorni abbiamo quindi intervistato persone provenienti da paesi diversi (in particolar modo dall’Africa occidentale) caratterizzati da culture sostanzialmente differenti dalle nostre; molti erano immigrati da paesi dell’Africa occidentale. Alcuni di loro si trovano in Italia da diversi anni, mentre altri da meno tempo.
La caratteristica importante che abbiamo potuto riscontrare in ogni intervista è il fatto che queste persone si sono sentite accolte dagli italiani; di conseguenza non è stato difficile per loro integrarsi.
Durante le interviste il tema che abbiamo trattato principalmente è stato quello del viaggio, inteso sia come viaggio vero e proprio per arrivare in Italia sia come viaggio attraverso le culture; infatti abbiamo collegato i diversi luoghi ai cibi tipici di ognuno di essi.
Prendendo in considerazione il viaggio vero e proprio che hanno compiuto gli intervistati per arrivare fin qui, si può dire che dietro ogni viaggio c’è una motivazione per la quale viene compiuto. A volte si viaggia per divertirsi o per curiosità; purtroppo le persone che abbiamo incontrato sono arrivate in Italia per motivi ben differenti: guerre causate da conflitti politici e malattie. Dover lasciare il paese in cui si è nati a causa di tale motivazione per andare chissà dove deve essere davvero difficile.
Oltre ad ascoltare storie e aneddoti appassionanti abbiamo potuto assistere alla preparazione del caffè touba, tipico dell’Africa e in particolare del Senegal, che differisce dal nostro caffè perché è molto più dolce, più leggero; nella sua preparazione vengono aggiunti chiodi di garofano e baccelli di djar. Siamo quindi andati alla ricerca dei piatti locali di questi migranti, confrontandoci con loro. Abbiamo raccolto e riassunto in schede colorate le ricette trovate. L’obiettivo della ricerca era quello di analizzare piatti tipici come prodotto culturale di altri popoli. Ricostruire un piatto tipico diventava quindi un momento per stabilire un contatto tra culture e tradizioni diverse.

Alla fine del percorso abbiamo potuto realizzare una mostra dove sono presenti le ricette africane più note con le relative immagini, le spezie, ma anche tipici utensili da cucina e indumenti:

Sono stati montati dei video delle interviste ed è stata infine realizzata un’audio-guida della mostra; i file audio sono stati caricati sul sito del Polo Aldi (https://pololiceale.edu.it/tanti-mondi-tanti-sapori-un-progetto-asl-alla-scoperta-di-altre-culture/). E’ stata un’esperienza molto interessante, che è servita principalmente ad ampliare il nostro bagaglio culturale e a metterci al corrente delle situazioni difficili presenti in certi paesi.













